Il nostro parlare sia: “Sì sì, no no". Intervista al Procuratore di Bari dott. Roberto Rossi, capo della DDA
Sac. Antonio Miele
Lei ha descritto le bande dei recenti assalti ai portavalori come organizzazioni paramilitari. Quanto è radicata oggi la criminalità organizzata in Puglia e che cosa manca ancora per contrastarla?
Il problema serio è che ci sono due modi per contrastarla. Uno è quello militare, cioè la repressione e gli arresti, quando vengono commessi dei reati, le condanne, che esistono e sono assolutamente necessarie. Ma, quando c'è una radice che penetra nella profondità, uno può tagliare la pianta, ma poi ricresce. Quindi il problema vero è ovviamente quello di creare un clima culturale, sociale che abbia in qualche modo la possibilità di estirpare queste radici. Quindi questo è un lavoro da fare, ci vuole tempo, perché, purtroppo, lo Stato è stato assente in alcuni territori per alcuni anni, ora sta cercando di riprenderli, però sarà un lavoro lungo e faticoso. Bisogna essere anche speranzosi, perché sicuramente i risultati si ottengono. Ci vuole tempo, però ci vorrebbe molta energia per capire che non si può essere in qualche modo silenti o addirittura quasi tolleranti rispetto a certe situazioni. Bisogna essere “il vostro parlare sia: ‘Sì sì, no no’”, e credo che questo sia il messaggio più forte da inviare.
Si parla spesso di uffici giudiziari sotto organico e di processi troppo lenti. Quanto incide questo divario di risorse sulla capacità dello Stato di rendere giustizia in tempi ragionevoli?
Questo è un problema serissimo, soprattutto dei processi. E perché occorre che i processi siano rapidi per arrivare a una definizione, che sia di condanna o di assoluzione, cioè che le persone che hanno effettivamente commesso dei reati siano condannate e le persone che invece subiscono il processo, che è una pena, in qualche modo siano assolte. Però il problema è che abbiamo poche strutture, poche persone, si investe poco nella giustizia, ma soprattutto abbiamo procedure troppo complicate.
Dottore, quanto pesano povertà e marginalità sociale nell'alimentare il terreno su cui cresce l'illegalità? E cosa possono fare davvero le istituzioni a tutti i livelli, le parrocchie, le famiglie, la scuola, per spezzare questo circolo vizioso?
Intanto non esiste sempre un rapporto diretto tra il disagio sociale e lo sviluppo di criminalità organizzata. La situazione è molto complessa, a volte è un problema soprattutto di tipo culturale. Nel senso che ci sono modalità culturali che favoriscono in qualche modo lo sviluppo e il radicamento di criminalità organizzata. Può fare moltissimo la Chiesa, l’ha fatto fino ad ora. Abbiamo dei martiri che hanno combattuto la criminalità organizzata. Penso che il loro insegnamento è sicuramente un punto di riferimento che in qualche modo serve a tutti per andare avanti.
Quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani per non finire nella rete della criminalità organizzata?
Pensate che la criminalità organizzata è una criminalità di morte, che chiunque fa quella vita alla fine o finisce ucciso, o finisce in carcere, o finisce disperato. Quindi quella illusione che troviamo spesso nei mass media eccetera, che offre una figura positiva del criminale di turno eccetera, è una pia illusione. È faticoso, certo, molto faticoso vivere in una società che da una parte ti dice che il denaro o il potere è la cosa più importante, ma capire che invece i valori di legami, le amicizie, le personalità, la costruzione delle relazioni sono in realtà molto più produttivo per la vita di ciascuno.




